Nuova Generazione Jazz nasce nel 2018 con l’obiettivo di comunicare, condividere e promuovere la nuova scena jazz italiana a livello nazionale e internazionale. Anche nel 2021 il progetto dell'associazione I-Jazz, supportato dal Ministero della cultura, con il contributo di NuovoIMAIE, si rinnova con un importante programma all'orizzonte, tra concerti, showcase e residenze artistiche. In attesa di vedere dal vivo i protagonisti della nuova annualità, li andiamo a scoprire direttamente con un'intervista dedicata. 

Il primo spazio è dedicato ad Anais Drago, classe 1993, violinista e compositrice. Lo studio dello strumento già dalla tenera età e la formazione classica, uniti a un fortissimo senso del rispetto nei confronti della Musica come forma d'arte e di espressione l'hanno portata ad abbracciare i più svariati generi musicali, nei quali ha inserito il proprio strumento contestualizzandolo in maniera sempre nuova, senza sottostare ai cliché della tradizione.

Dici di te stessa "Quello che so è questo: sono una persona cervellotica, calcolatrice, pianificatrice, ansiosa e selvatica, e tutto questo spesso mi fa vivere male, ma quando suono mi sento bene, per davvero": raccontaci qual è stato il tuo percorso musicale fino ad ora? 

"Credo di doverla togliere quella frase dalla home-page del mio sito! (Sto scherzando, ovviamente). Non perché me ne vergogni o non la senta più mia, anzi, ma perché credo di avere capito il motivo di quello stato d’animo e aver imparato a rispettarlo. Il mio percorso musicale è estremamente frammentario, l’unica costante è davvero rimasta lo strumento, il violino. Nessun motivo particolare: quello mi sono ritrovata in mano e quello mi sono tenuta. Il resto invece l’ho scelto tutto, e di questo, nonostante il caos generato nella mia mente, sono molto contenta. Un’infanzia trascorsa tra musica classica e barocca, mentre la sorella maggiore già masticava Brahms e Ysaÿe, la scoperta delle musiche folkloristiche con la band dei migliori amici del liceo, le prime esperienze in ambiti extra classici, principalmente nella world music, nel pop e nel rock. Dopo il diploma di Conservatorio arriva la scoperta del jazz e di tutte le sue infinite sfaccettature.

Anni di studio, ascolti disparati, chili di trascrizioni, poi una laurea in composizione jazz, il primo disco come leader, in cui sono alle prese con una band che comprende sei uomini e una pedaliera più pesante di me, l’amore sfegatato per il progressive rock, per la fusion, poi per il jazz nordico, poi per chissà cos’altro, mentre nel frattempo continuano le mie collaborazioni con progetti di vari generi musicali, che mi portano a contatto con sonorità sempre diverse, una più affascinante dell’altra, e anche con ambienti e luoghi tra loro molto differenti. Ultimamente il focus è stato sul solo, sia con violino acustico che con quello elettrico. E' un processo che evolve giornalmente (complici anche alcune bellissime esperienze di residenze artistiche che hanno lasciato il segno) e nel quale, non dovendo render conto ad altri se non a me stessa, mi perdo e mi ritrovo, gioco e creo.

Insomma, un percorso poco ortodosso, gestito, dopo il diploma di violino, per lo più da auto-didatta: sono sempre state le esperienze ad avvicinarmi a nuovi mondi da scoprire e studiare. Mi trovo spesso a fronteggiare situazioni per le quali, almeno in base alla mia severissima autocritica, non sono assolutamente preparata; eppure questo si rivela essere sempre un motivo di spinta, di crescita. E in questo percorso sicuramente hanno svolto un ruolo tutte le persone incontrate e conosciute, qualcuna di più e qualcuna di meno, che mi hanno offerto un punto di vista, una conoscenza specifica, e anche un aiuto".

Come ti sei avvicinata al jazz?

"E’ stato un amico, un giorno, a propormi di suonare Autumn Leaves. Sembra l’inizio di un film adolescenziale sul giovane aspirante musicista che diventa una star. Mi ero appena diplomata, molto dignitosamente tra l’altro, ma nonostante ciò non nutrivo alcun desiderio di intraprendere una carriera nel campo della musica, all’epoca unicamente rappresentato, nel mio piccolo orizzonte, dalla musica classica, pur avendo avuto delle belle occasioni in ambiti extra classici. Eppure c’era un intero mondo (non immaginavo allora quanto grande) di cui non conoscevo nulla, e così ho riavvolto il nastro e ho ricominciato, disimparando tante cose, per poi impararle di nuovo sotto una luce nuova. Tante sono state le tappe intercorse tra quel momento e ora: qualche corso estivo all’estero, un periodo in un college londinese, i seminari di Umbria Jazz, un biennio di composizione jazz, centinaia di gigs, estremamente formative soprattutto per imparare a stare al mondo e a relazionarsi con gli altri esseri umani, diverse residenze artistiche e, non lo nascondo, tanto studio. Poi penso che davanti a quella fotocopia di Autumn Leaves avrei potuto dire ‘’No grazie, non sono capace’’ e sarebbe finita lì. Il mondo del jazz avrebbe fatto ugualmente senza di me e forse anche io senza di lui. Ma chi lo sa!".

Quali sono gli ascolti e i musicisti che ti hanno maggiormente influenzato e formato?

"Ci sono, come credo per tutti, artisti e lavori discografici che ami al di là dell’essere a tua volta musicista, e altri che magari ti emozionano un po’ meno, ma da cui hai imparato tanto. Per me è così. Come dicevo prima, il mio percorso di studi e di ascolti è stato disordinato e casuale, pieno di salti temporali volti al colmare quelle che gli altri spesso mi facevano pesare come lacune. Ci sono tanti dischi che fanno parte del mio background, di band e artisti talmente diversi che metterli tutti insieme in una frase forse farebbe venire la nausea, e tantissimi musicisti e compositori dei miei giorni che apprezzo e stimo.

Farò piuttosto qualche considerazione su come percepisco la musica: istintivamente apprezzo la musica che abbia un ritmo, un groove, sia esso di matrice rock, swing, shuffle, folkloristica o anche elettronica; non recepisco il significato dei testi cantati, posso farcela ma non a un primo ascolto; mi piacciono però le melodie cantate con una melodia poco convenzionale, che procedono per grandi intervalli, magari non perfettamente in metrica con la musica. Mi piace costruire i miei brani su idee estemporanee che emergono da improvvisazioni di decine di minuti; mi piace la sperimentazione dei suoni, sia nella natura acustica dello strumento sia manipolata dall’elettronica. Di qualsiasi strumento intendo. Mi piacciono le dissonanze, specialmente l’intervallo di settima maggiore (e di semitono di conseguenza); trovo esaltante il Romanticismo ma mi sentirei impacciata se lo dovessi interpretare. Mi sentirei più a mio agio con Bach, di cui credo di avere interiorizzato più di qualcosa. Mi incuriosiscono le produzioni d’avanguardia e contemporanee che fanno uso di strumenti antichi; mi piacciono i tempi dispari e quando ne sento qualcuno che non riconosco al volo mi metto lì a computare fissando il vuoto finché non lo interiorizzo; istintivamente, scrivo utilizzando tonalità minori.

Se dovessi citare alcuni dischi più o meno jazz per me significanti ascoltati in questi otto anni di jazz, direi, in ordine puramente casuale: Still Life - Pat Metheny, The Goutelas Suites - Duke Ellington, We Insist - Max Roach, Mirrors - Kenny Wheeler, Big Neighborhood - Mike Stern, Arrival - Fire! Orchestra, The Inner Mounting Flame - Manhavishnu Orchestra, Passion - Z. Seifert, Reflections & Odysseys - Rymden, Imaginary Room - Adam Baldych, un disco in solo di Aziza Mustafah Zadeh di cui non ricordo il titolo, Gently Disturbed - Avishai Cohen, Friends - Chick Corea, Like Minds - Corea, Burton, Metheny, buona parte della discografia di Frank Zappa, un live di Joshua Redman al Village Vanguard (la prima trascrizione di un sax che io abbia fatto), l’omaggio di Joni Mitchell a Mingus, il doppio album della Mingus Big Band, Groovy - Red Garland Trio, oltre alle pietre miliari di Davis, Coltrane e compagnia.

Se ci spostiamo in territori non legati al jazz la risposta è molto più semplice e le mie scelte primarie ricadono su tutti i dischi dei Morphine, dei Punch Brothers, dei Gotan Project - e, parlando di tango, Piazzolla in ogni sua nota -, e meno approfonditamente di Ani Di Franco, Dave Matthews Band, Gogol Bordello, Mano Negra, e chissà quanti altri ancora".

Raccontaci qualcosa del tuo progetto in solo, con il quale hai vinto il Premio Taste of Jazz e il Bando NuovoIMAIE?

"Il progetto in solo nasce in realtà per una contingenza: mi ritrovavo a partecipare a un concorso in cui nella categoria jazz i solisti potevano partecipare, ma non era stata prevista una band di supporto. Dopo la prima selezione, fatta in duo con un pianista da me personalmente “ingaggiato”, ho pensato di trovare un modo di proseguire in solo. All’epoca già avevo acquisito un po’ di dimestichezza con loop-station ed effetti, e ho iniziato a usare tali elementi a servizio di un repertorio più jazzistico. Da lì un percorso di evoluzione enorme, complici anche le (abbastanza) numerose occasioni che ho avuto per presentarlo live. A ogni concerto il solo mutava, nel repertorio, nella forma, nella narrazione, nei suoni. Da un repertorio costituito prevalentemente di jazz standard e di brani originali (scritti per formazioni più numerose e ridotti al solo), sono passata alla composizione da zero in questa forma (molto spesso poi facendo il lavoro all’inverso, ovvero arrangiando poi per ensemble più grossi idee nate e sviluppate inizialmente in solo). Molto spesso le idee prendono forma da suoni ed effetti che, casualmente, escono fuori. Mi piace lasciarmi suggestionare da storie e testi letterari, anche se molto raramente le mie composizioni prevedono un testo.

Il premio Taste of Jazz e il bando NuovoIMAIE mi hanno dato l’occasione di fissare alcune di queste evoluzioni, per come si presentano oggi, con il disco che realizzerò grazie al contributo di NuovoIMAIE e ai concerti che realizzerò nel circuito di I-Jazz nei prossimi mesi".

Secondo te è necessario oggi far dialogare il jazz con altri generi e linguaggi?

"Più mi guardo intorno più vedo che questo processo sia ormai iniziato da un bel po’, andando inoltre in molte direzioni parallele ma diverse. La classica domanda retorica de “Che cos’è per te il jazz?” è banale quanto attuale, perché credo che la questione si stia sempre più complicando, confondendosi e forse, nella sua totalità quindi, evolvendosi. Nel mio piccolo mi inserisco in un gigantesco treno in corsa, raccogliendo le suggestioni che mi circondano e dandone così vita a nuove attraverso i linguaggi musicali che mi appartengono".

Come hai vissuto questo lungo anno di pandemia, tra i vari prolungati stop della musica dal vivo?

"Credo di dover fare una netta distinzione tra il primo lockdown (quello da marzo a giugno 2020, per capirci) e quello re-instaurato a fine ottobre 2020. Nel primo caso è stato una specie di schianto ai mille all’ora contro una parete di cemento. Ho sempre riempito la mia vita con tante cose, vissuto freneticamente districandomi tra gli studi, il guadagnarsi la pagnotta (rigorosamente suonando) e nel frattempo imparare a stare al mondo come individuo singolo e ahimè adulto. Il vuoto improvviso che ci è caduto addosso mi ha avvolta e quasi stritolata. Ho studiato intensamente, ma non posso dire di avere avuto grandi guizzi creativi, se non con la mia canzone CoRoNaVaFunCool.

I brevi mesi estivi, nei quali ho fortunatamente suonato un po’, mi hanno rinvigorita, e già a partire dall’estate ho iniziato un percorso “alternativo” che si è rivelato provvidenziale per i mesi seguenti".

I tuoi contenuti video, con le varie rubriche, creati nei mesi scorsi sono risultati molto apprezzati: come è nata questa idea?

"Come dicevo prima, durante l’estate ho iniziato a interessarmi ai social network, che li si intenda come una realtà parallela, un mondo virtuale, uno specchio grigio della vita vera. Come tutti i musicisti cercavo di avere un contatto decente con i social, conscia che sia importante avere un approccio imprenditoriale, che la comunicazione sia fondamentale, ecc ecc. Questo mi provocava un po’ di timori, perché non ero (e non sono) incline a condividere elementi personali della mia vita, e mi trovavo sempre indecisa su come gestire la promozione di sè senza cadere nello spam selvaggio, nell’essere inopportuni o, peggio, di dare un’idea di sè estremamente lontana da come sono in realtà. Oltre a questo si consideri che nel lockdown non c’erano più eventi da condividere su Facebook, foto del live della sera prima, aneddoti da raccontare.

Durante l’estate ho invece iniziato a trovare delle vie percorribili, innanzitutto capendo il significato della parola “contenuto social”, e quindi creandone di miei, legati ad elementi delle mie pratiche di routine (di tecnica, linguaggio, suono) ma mostrandoli sotto una forma accattivante, con la miglior qualità che possa offrire con le mie modeste capacità di video editor. Sono nate perciò le rubriche delle “trascrizioni impossibili”, delle “jazz ballads for violin”, di “Switch Bach” - un progetto a distanza dedicato a un canone di Bach - e diverse strategie, alcune ancora in prova, per rendere questa mia poliedricità un elemento da sfruttare a mio favore piuttosto che solamente un qualcosa che mi genera ansia.

Questi contenuti, come sempre, si evolvono e alcuni sono seriamente stimolanti. Ad ogni modo, mi hanno dato non solo l’illusione di avere delle scadenze da rispettare e per le quali perciò studiare, ma anche l’occasione di essere più consapevole di come comunica il mondo al giorno d’oggi. Ho avuto modo di entrare in contatto con musicisti che vivono dall’altra parte del mondo, scambiare opinioni e pareri e, ovviamente, imparare qualcosa".

Sogni, progetti e aspettative?

"Ultimamente ragiono molto a breve termine.  Ciò che abbiamo vissuto durante quest’anno ha mostrato quanto fragili siano i nostri progetti, i nostri sogni.  Preferisco ricalibrare in maniera continua il pavimento su cui cammino, cogliere gli elementi che vi trovo sopra e metterli in relazione.  Più cresco più le mie mille idee hanno qualche chance di divenire reali, principalmente udibili e visibili, perché so sempre un po’ di più cosa bisogna fare per realizzarli.

Mi interessa molto il campo dell’improvvisazione libera, che sto, sempre a modo mio, approfondendo. Altro mondo affascinante è quello legato alla fotografia e all’audio-visivo, che molto spesso mi stimola creativamente, perciò mi piacerebbe poter approfondire di più la commistione di questi linguaggi con il mio".

 

Ph: Stefano Barni

Anais Drago SoloProject - Da Erik Satie a Frank Zappa è il progetto con cui è sostenuta nel programma di Nuova Generazione Jazz e selezionata nell’ambito del Bando NuovoIMAIE, i concerti saranno realizzati con i fondi dell’articolo 7 L. 93/92.
 

Pubblicato: Lunedì, Marzo 29, 2021 - 14:39