Release Date: 23/02/15
Artisti:
Codice: AFPCD151

SETA – Lorenzo Masotto 

Special guests: Fabrizio Bosso - Mauro Ottolini  

I generi sono una gabbia. Servono per scrivere di musica (che, dicono, è come ballare di architettura) e per archiviare i file. Servono per capirsi ma creano comode nicchie in cui si può soffocare. Nei brani di Seta Lorenzo Masotto cerca di respirare, oltrepassando i generi. E complicando i programmi di chi - uomo o computer - dovrà catalogare questa musica: Classica? Jazz? Minimal? Seta (il titolo viene dal romanzo di Alessandro Baricco) crea trame al di là di queste etichette. Curioso che per descrivere (de-scrivere) la musica strumentale si usino sinestesie/contaminazioni di sensi, quando è il cinema o meglio la visione a dominare il campo sensoriale durante l’ascolto. In quest’album - l’esordio da solista dopo l’esperienza avant-rock (altra etichetta...) con il gruppo Le Maschere di Clara - Masotto ha composto dieci colonne sonore per altrettanti possibili film. Il regista e lo sceneggiatore è chi ascolta: chiudendo gli occhi, ognuno girerà le scene che la musica gli «ditta dentro». Quello che ha ispirato il pianista nella scrittura è solo una delle infinite sceneggiature che l’ascolto di Seta suggerisce. A proposito di Moon, brano di apertura dell’album (pianoforte e quartetto d’archi), Masotto confessa: «L’ispirazione mi è venuta da 2001: Odissea nello spazio». L’immagine che ho, ascoltando questo pezzo, è di un satellite che gira intorno alla luna. L’intreccio armonico degli archi si scontra con le note semplici e ripetitive del piano: un paesaggio lunare che, nella sua immensa bellezza, cela pericoli che non decifriamo». L’impressionista, con la tromba di Fabrizio Bosso, è «un viaggio nel jazz, influenzato da Impression, soleil levant di Monet». La pittura è anche alla base di Olio su tela, dove il piacere del senso della vista rimanda ai movimenti delle ballerine di Degas. La stanza, svela poi l’autore, «è dedicata al celebre quadro di Van Gogh La camera di Vincent ad Arles». Per Improvviso, invece, composizione libera con il trombone di Mauro Ottolini, le suggestioni sono classiche ma l’ambientazione potrebbe essere un film del primo Woody Allen, con il Queensboro Bridge di New York sullo sfondo. In Lilium (piano e quartetto d’archi) è la natura a suggerire la linea melodica: immaginate il video in fast motion di un giglio che si apre. E se Mario Martone ha utilizzato per la sua biografia filmica di Leopardi (Il giovane favoloso) il contrappunto musicale, accostando Rossini all’electro di Apparat, è una brezza d’aria fresca l’uso di strumenti elettronici nei brani Aurora boreale (ancora Ottolini al trombone) e Gea, la dea primordiale della mitologia greca che per Masotto sembra provenire dall’oltrespazio. Kasparov-Karpov, che non chiude il disco ma racchiude il senso dell’intero album, è una sfida a scacchi (potenzialmente infinita), un confronto a quattro mani, i pezzi bianchi e neri come i tasti del pianoforte. Una partita che Masotto gioca contro se stesso, dal primo giorno che ha messo le mani su una tastiera.  

Giulio Brusati  

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