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Ancora oggi chi si occupa di jazz incappa spesso in un errore metodologico, vale a dire la smania di voler ad ogni costo classificare una musica, un artista: jazz, no jazz, pop, bop, hard-bop, cool, mainstream, free… e via discorrendo.
Così quando si incontra un musicista come il trombonista Glenn Ferris le difficoltà diventano enormi: certo non v’è dubbio alcuno che si tratti di un musicista di grandissimo livello ma appartiene all’area jazz o a quella pop avendo tra l’altro suonato con Frank Zappa e avendo partecipato alla registrazione di molti dischi pop?

 

Consentitemi di rispondere a questi dubbi, a questi non troppo fecondi interrogativi dicendo semplicemente che ascoltare Glenn Ferris, in qualsiasi contesto si trovi ad operare, è sempre un piacere, un grande piacere.
Ovviamente a questa regola non sfugge l’album che avete tra le mani registrato con l’Italian Quintet vale a dire Mirco Mariottini clarinetti, Giulio Stracciati chitarra, Franco Fabbrini basso elettrico e Paolo Corsi batteria.
I cinque si sono trovati dapprima a collaborare in maniera sporadica per una serie di concerti, poi, vista l’intesa che si era creata, l’empatia, l’idem sentire, il progetto, per iniziativa dello stesso Ferris, ha preso via via consistenza finché si è giunti a stabilizzare il gruppo e ad incidere questo primo album.

 

In repertorio otto brani di cui cinque firmati dal leader, uno - “Five in China” – da Mirco Mariottini, uno da Franco Fabbrini - “W Ernest” - e uno tratto dalla grande tradizione jazzistica – “Saint James Infirmary”.

 

L’album è caratterizzato da un forte impianto ritmico sostenuto autorevolmente da basso e batteria mentre la front-line si sbizzarrisce in interventi ora solistici ora d’assieme che evidenziano la bontà degli arrangiamenti con timbrica e sound assolutamente originali.
I pezzi sono ben costruiti, con una linea melodica sempre riconoscibile, soluzioni armoniche mai banali e soprattutto un perfetto equilibrio tra parti scritte e spazi di improvvisazione tanto che risulta ben difficile distinguere le une dagli altri. E al riguardo vorrei citare la sentita esecuzione di “Saint James Infirmary”, un brano dalle origini incerte portato al successo da Louis Armstrong verso la fine degli anni’20: il quintetto, sotto la felice regia di Glenn Ferris, ne fa una piccola perla riuscendo a coniugare tradizione e modernità grazie anche ad un arrangiamento semplice ed elegante e ad una forte intensità estetica toccata dall’assolo di Giulio Stracciati.
Ma, come si accennava, non è il solo Stracciati a mettersi in evidenza: ogni singolo brano è impreziosito da qualche assolo: ecco ad esempio Mariottini in “Five in China” e in “Lo scopo”, ancora Stracciati in “W Ernest”, mentre dell’ottimo lavoro della sezione ritmica abbiamo già detto
Insomma l’ottima riuscita dell’album è stata possibile grazie alla versatilità e alla bravura di tutti i musicisti che hanno avuto modo di esprimere appieno le proprie potenzialità.

 

Ovviamente imprescindibile il ruolo di Glenn Ferris sia come compositore, sia come leader e arrangiatore sia come strumentista. Il sound così levigato del suo trombone, il suo fraseggio sempre misurato, calibrato, mai sopra le righe, scevro da qualsivoglia tentazione virtuosistica, a tratti ironico (è la lezione di Zappa?) ci accompagna dalla prima all’ultima nota dell’album confermando l’idea di quanti lo considerano uno dei massimi esponenti dell’odierna scena jazzistica internazionale.
Gerlando Gatto

 

Ulteriori info sul progetto:  http://gfitalianquintet.wixsite.com/gfi5

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/GlennFerrisItalianQuintet/