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"Colmo di sonorità funky e intriganti colorazioni latin jazz, Alétheia è un disco screziato e caratterizzato da un’irrefutabile piacevolezza d’ascolto. Genuinità delle composizioni, cantabilità dei temi e radiosità comunicativa rappresentano il fil rouge di un album concepito senza pleonastici e tediosi arzigogoli, nel quale un maliardo bluesy mood è il tratto distintivo costantemente presente nei nove brani" (Stefano Dentice).

Il titolo è ispirato all'antica Grecia e lascia trasparire la formazione filosofica di Fulvio Palese. Per gli antichi greci, infatti, il termine alétheia significava verità, ma non nell'accezione che gli attribuiamo oggi, bensì nel senso di qualcosa di mitico che è a fondamento di ogni tradizione. Da qui il suo significato di svelamento, rivelazione.

La motivazione di fondo di questa Alétheia di Fulvio Palese è da rilevarsi nell'incontro con Piero Vincenti, Francesco Pennetta e Paolo Romano che si sono "rivelati" nelle loro comuni intenzioni, nella comune formazione, quella realizzata a partire dalla musica degli anni '70-'80. Uno svelamento compiuto insieme, per via di un'alétheia condivisa. Un progetto voluto e condotto insieme fin dall'inizio.

Voce ospite è Carolina Bubbico, che ha offerto la sua personale interpretazione di "Guarda che luna", unico brano non originale del disco, appositamente riarrangiato. Altri ospiti sono Lucia Ianniello, suadente flicorno nel brano "Mandelina", Marco Ancona che ha impreziosito "Cuba blues", "Terre del Negroamaro" e "Acqua" con il suono vintage della sua chitarra, Carlo Marzo alle percussioni, Francesco Leone e Alessandro Dell'Anna rispettivamente trombone e tromba nel brano "Cuba blues".

Tutte le composizioni sono di Fulvio Palese, ad eccezione di "Guarda che luna". "Ttattellu" e "Vivo" sono scritti a quattro mani con Piero Vincenti.

Gli arrangiamenti sono di Fulvio Palese in collaborazione con Piero Vincenti.

Arianna Greco con la sua pittura enoica è l'autrice dell'immagine di copertina (vino su tela dal titolo "Hybris") nella quale ha reso bene il concetto di alètheia come svelamento.

 

Colmo di sonorità funky e intriganti colorazioni latin jazz, Alétheia è un disco screziato e caratterizzato da un’irrefutabile piacevolezza d’ascolto. Genuinità delle composizioni, cantabilità dei temi e radiosità comunicativa rappresentano il fil rouge di un album concepito senza pleonastici e tediosi arzigogoli, nel quale un maliardo bluesy mood è il tratto distintivo costantemente presente nei nove brani.

Stefano Dentice

 

Nella Grecia antica il termine alétheia significava verità, ma non nell'accezione che gli attribuiamo oggi, bensì nel senso di qualcosa di mitico che è a fondamento di ogni tradizione. Da qui il suo significato di svelamento, rivelazione. La verità è lì da sempre e a noi spetta il compito di renderla evidente, di svelarla, appunto. Ebbene, se dovessi esprimere la motivazione di fondo di questa mia Alétheia, riferirei di quel momento in cui con Piero Vincenti, Francesco Pennetta e Paolo Romano ci siamo "rivelati" nelle nostre comuni intenzioni, quelle maturate nella comune formazione e attraverso i tanti ascolti, gli anni '70-'80. Uno svelamento compiuto insieme, per via di un'alétheia condivisa.

Fulvio Palese